Arte / Duality


Duality
fotografie di Matteo Bosi (1998-2016)

Dream, Crisalidi, Obsession: con queste collezioni, Matteo Bosi ritorna ad una fotografia in cui l’intervento digitale è limitato al massimo, e lo scatto ottiene subito un effetto drammatico e “mortale”. […] 

Qui la nudità accompagna la fragilità, il corpo è solo, abbandonato nelle sue spoglie delicatamente, tragicamente. Può forse riportarci alla linda purezza di una fanciulla del Canova, ma non sta portando una coppa né un’anfora ora. Ora è morta. E l’effetto che ha su di noi è così essenziale, così chiaro il messaggio, nello sfondo non v’è colore o figura che possano distoglierci dal guardare, colpiti nel profondo, questa donna esangue, e ci riguarda così nel profondo in quanto esseri mortali, che con un brivido caldo possiamo accorgerci che dentro noi uno spazio resta vuoto. […]

Eppure in alcuni scatti la salma, avvolta nel sudario, sembra quasi danzare. Ce lo mostrano non solo le gambe, piegate e incrociate, ma anche il corpo che, seppure nascosto dal telo bianco, ci lascia indovinare la sua torsione, il suo gesto. L’identità è nascosta, mascherata. Ma proprio come “un uomo non è del tutto se stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera, e vi dirà la verità” (Oscar Wilde), così questo corpo, coinvolto in una danza “funerea” che sembra sciogliersi dai legami temporali, allontanarsi dal reale, ci mostra se stesso, la sua verità, mentre approda in un aldilà senza faccia, oscuro e profondo; l’unica luce rimane quella del sudario che l’avvolge. Una danza che ha dell’inquietante, del mistico, e che ancora una volta sa premere forte i tasti del nostro inconscio.

Nella serie “dream” siamo quindi di fronte al tema ricorrente della morte, ma anche della danza, dell’identità smarrita; si tratta, in ogni caso, di una visione onirica, facilmente suggerita dal candido pallore dei sudari che diviene elemento costante, ossessivo, e da uno sfondo cupo e nero che ci catapulta, come in un incubo, all’interno della visione “mortale” e suggestiva di queste donne e della loro condizione al di là del tempo e del reale.

Il lavoro di Matteo Bosi inizia con l’idea, lo schizzo a matita; prosegue con la fotografia su pellicola o digitale. I passaggi successivi sono meccanici e manuali fino ad arrivare a Photoshop, e poi continua, dopo la stampa, con la pittura, il collage. “Il mio lavoro non è mai finito” dice.


Dream, Duality, Crisalidi (Chrysalises), Obsession: with these works Matteo Bosi goes back to a kind of photography in which the digital intervention is limited to the maximum and the shot gain a dramatic and “mortal” effect. […]con queste collezioni, Matteo Bosi ritorna ad una fotografia in cui l’intervento digitale è limitato al massimo, e lo scatto ottiene subito un effetto drammatico e “mortale”. […] 

Here frailty is accompanied by nudity. the body is alone, gently and tragically abandoned in his own remains. This image may bring us to the pureness of a Canova’s young girl, but in this case the girl is not carrying a cup nor an amphora. She’s dead. And the effect on us is so essential, the message is so clear that in the background there’s no color or figure that can distract us from keep on looking this dead girl. And that leaves us with an empty space inside ourselves as human beings.

Yet, in some shots, the corpse shrouded seems almost dancing. This is shown not just by her leg but also by her body that, even if it is hidden by a white sheet, lets us predict her twisting, her gesture. Identity is hidden, masked. But as “Man is least himself when he talks in his own person. Give him a mask, and he will tell you the truth” (Oscar Wilde), so this body, involved in this funeral dance that seems to be timeless and escaping from reality,  shows us as himself, while he arrives in a faceless, obscure and deep afterlife. The only light that remains is the one on her shroud. The dance is and disturbing and mystic and, once again, it can applies steady pressure right to the unconscious.

In “Dream” we are in front of death leitmotiv, dance leitmotiv, lost identity leitmotiv too. It is a dreamlike vision, suggested by the white pallor of the shrouds. The white pallor becomes a costant, an obsessive element. This dreamlike vision is shown also by this dark background that, like a nightmare,  brings us to the core of the mortal vision of these women and of their being beyond reality.

Matteo Bosi’s work starts with the idea, with the sketch of a pencil; it then follows with the photo on film or a digital one. The following steps are mechanics ones: he ends up with Photoshop and with the press, the painting, the collage. “My work is never completely done” he says.