Arte / Corpi di Carta


Corpi di Carta
matteobosi©1985-1995
L’uomo al centro dell’universo Urge una premessa per avventurarsi dentro la corporeità metafisica dell’universo Bosi. Presupposto netto di cui il mio personale titolo non sarà certo motivo di offesa alla morale. Matteo Bosi è un artista impegnato a elaborare digitalmente la propria esclusiva idea di corpo. Ecco allora l’aggettivazione di provenienza inserita nel titolo, pur essendo l’artista di Cesena e pur provenendo dalla Romagna, quel vinciano che dichiara da Vinci, da intendersi come causa intrinseca che lavora a dissimulare volumi e proporzioni, restituendo al con­su­matore figure coperte, perché, con fine precisione, nascoste. Assiduo ricercatore, sperimentatore di forme alla stregua di Leonardo: l’essere rinascimentale, dove l’uomo si pone al centro del “disegno”. Lungi da me un qualsiasi paragone di natura estetica, sarà in­te­res­sante porre l’opera di Bosi al culmine di un’umanità che tende a riap­pro­priar­si della sua identità erotica. Questa l’affinità volitiva con Leonardo da Vinci che Bosi per carattere, sobrietà, mitezza e di­scre­zione, non oserebbe mai attribuirsi. La crisi dell’identità Certo, a cinquecento anni di distanza, i moduli e le tecniche sono cambiati. L’esplorazione di Bosi si alimenta di fotografie filtrate digitalmente, d’immagini dipinte su acrilico, di continue so­vra­e­spo­sizioni a copertura dei volti, perché il mondo contemporaneo vive un’epocale frammentazione dell’identità. In questo necessario aspetto si giocano l’azione e la critica categoriche di Matteo Bosi. Come fosse un contrappasso dantesco, il cuore dell’identità deve essere velato con un pudore sufficiente che ne consenta la riscoperta e ne giustifichi la sua progressiva riappropriazione. L’artista si diverte, con la giusta misura del dolore, a sovrapporre lievi barriere intellettuali a masse in pieno deterioramento. Nella sostanza Bosi modifica la fisionomia con i pensieri e le idee che originano dalla sua testa, evitando anche una fredda ra­zio­na­liz­zazione di ciò che rappresenta con la forza del mistero celata nel suo gesto. Nonostante il pensato e la riflessione, c’è un che di selvaggio, di primordiale, di sfuggente nella sua opera, una specie di apparato energetico tenuto insieme da impercettibili mutazioni. Il corpo nella sua funzione sostenitrice resta incontinente. È un contenitore di vita e di morte, ma ciò che affabula e colpisce l’artista (come se fosse ancora il ragazzo curioso seduto sui divanetti sfatti e in finta pelle color cachi del treno locale che lo portava da Cesena a Faenza, tutto teso a leggere e a fantasticare) prende il nome di transfert. Transfert e mani Il transfert è un meccanismo attraverso il quale un individuo tende a spostare schemi emotivi e affettivi su una persona coinvolta in una relazione interpersonale. Questo fenomeno di traslazione avviene nell’arte di Matteo Bosi. Sono visibili la decadenza del corpo, la sua trasformazione. Permane nell’artista un tempo evolutivo che procede all’unisono con il tempo interiore. Ne consegue uno strappo, una lacerazione d’inaudita violenza che per rendersi sopportabile ricorre all’oggetto di culto, alla maschera, all’avviluppamento e, in ultima fase, alla sublimazione del male. L’artista non recede di fronte alle paure della consapevolezza; cerca la colpa, il doppio, l’ossessione, la malattia. Strumento per esorcizzare l’istinto irrefrenabile della bestia contenuta in noi è proprio la sua arte digitale: il rimescolamento dei suoi acrilici, delle sue mutevoli argille, dei suoi pixel di carne alla stregua di mani che vogliono ricostruire l’identità perduta. L’atto magico Matteo Bosi compie un atto magico nella volontà di raccontare la violenza in un corpo che si disgrega senza violenza. Miracolosamente non c’è violenza nella dialettica erotica che l’artista traduce in simbolo. Non c’è voluttà, non c’è capriccio, non c’è oscenità. Traspaiono invece le categorie psichiche del torbido e del morboso, della ripetizione e della manipolazione. Fra le pieghe ricoperte di prolungamenti og­get­tuali del dato sensibile, sedimenta e dimora una libido orgogliosa di stare sulla scena. Fuori ci si contamina. La salvezza, rosa epicurea priva di spine, è dentro. Dentro è la purezza e il sacrificio si cura di risorgere. Nostalgia e scommessa In questo, Bosi è un nostalgico, un uomo sofferente per il dualismo cartesiano che ha gettato l’Occidente in una retorica degli opposti e della divisione. Una malinconia di fondo emana dai suoi nudi femminili amputati, potenziati, deformati, seppelliti nell’attesa di una nuova risurrezione. L’inquietudine di un uomo la cui delicatezza pittorica tiene ben lontano dall’accusa di pornografia, perché, se di questo si trattasse, i suoi lavori ci trasmetterebbero una volgarità che invece non esiste, una macelleria visiva incapace di tenere a freno le pulsioni più sanguinolente e scontate, quando invece il suo tocco possiede un vigore che aggiunge e copre al fine di ricreare. La scommessa di Bosi sta tutta qui: proporre un erotismo in divenire senza facili corruzioni, sporcarsi le mani senza macchiare i guanti, procedere per innesti scombinando la natura con le sue inconfessate fantasie carnali. Una scommessa vinta per sensibilità e costanza, per meriti tecnici e perizia tecnologica, per l’abilità di maneggiare l’eros con mo­de­ra­zio­ne, pur lasciando che l’altro da sé sia in grado di produrre per intero la propria dinamite istintuale. Una sensibilità artistica, così con­tem­po­ranea e al tempo stesso tradizionale, come quella di Bosi, piena di ascendenze gotiche, di richiami dark, di mondi paralleli, non scade mai nell’ovvio, nella contraddizione fine a se stessa, non vuole ingannare con un senso mortifero del corpo ma riesce a elevarsi attraverso il registro del mutevole per eccellenza. Una fiaba erotica La sua fiaba post feudale pesca nelle arti figurative, passeggia nella poesia e sta in equilibrio sullo stimolo del presente. È una visione però che non fa sconti, poiché, al di là delle maschere, mette l’umano al centro e lo costringe a prendere coscienza della sua caducità di uomo, di donna e di animale: un essere finito che sotto la pelle cova l’impresa di una dottrina infinita. La sua è una Bellezza relativa quanto la relatività nella fisica di Albert Einstein; e qui si apre il piacevole equivoco che contraddistingue la provenienza vinciana di Bosi, ossia l’impossibilità storico-culturale d’intendere l’uomo come assoluto rinascimentale, ma, in vero, reinterpretarlo nella pelle di un erotismo in fieri, l’aderenza di più realtà o stati di coscienza convergenti nella comune identità cristiana. Angelo e demone, sacro e profano. In termini classici e neoevangelici, Bosi propone la nudità di Gesù Cristo, affrancata da ogni sovrastruttura confessionale ma riproposta come scandalosa tendenza primaria, come femminino androgino occultato nel quadro. Un vero e proprio spaesamento percettivo. L’erotico è mistico e il mistico se non lo è zoppica. Résumé E ora dentro il suo Résumé, il Riassunto di Matteo Bosi artista fino a oggi. A briglia sciolta, giu sto per assaporare un baleno della sua visionarietà. Taglia e cuci, copia e incolla, occhi blu e mani rosse, corpi di donna e corna interminabili. Minotauri femmina con vagine in primo piano e vertiginosi sviluppi arborei nella parte superiore del tronco. Nudi accovacciati, sinuosi volti incellophanati. Mani enormi che, con accattivante sproporzione, colgono l’osservatore attonito a studiarne l’intima preghiera. Sfregi, cicatrici, tatuaggi e l’insolita famiglia di totem, artefici di un’essenza sempre diversa e nuova. Acque di lago, di mare, di fonte, che impennano su creste iridescenti come se anche la natura urlasse i suoi più reconditi desideri. Angeli caduti per eccesso di protezione o per rimpianto di solidarietà. Demoni latenti ma pronti all’agguato mentale. Simboli, segni, pendagli, ciondoli, collane, artifici e identità can­cel­late dentro una paralisi progressiva il cui movimento va reinventato. Luci caravaggesche illuminanti lo spirito sottocutaneo di anime per­se­gui­tate. Capelli neri; ossa bianchissime; chiaro-scuri di notevole impatto visivo; seni perfetti sotto un viso incappucciato. Burqa integrale con il resto della figura scoperta in primo piano. Appendici meccaniche come pezzi di armatura medievale in tutta la loro carica eversiva. Dilatazioni estreme della forma che impongono una mu­sco­latura di vivace cromatismo e persuasiva emozionalità. Busti moderni a imi­ta­zione di quelli classici. Sapiente utilizzo del panneggio chiaro a copertura parziale di un corpo nudo di donna, il cui contrasto ne celebra la pienezza, senza mai trasmettere alcun senso di trivialità. Grandi reminiscenze dei preraffaelliti; la morte che riposa perché pare possa sognare di essere ancora viva. La moglie-amante Il topos che maggiormente ritorna, reiterando se stesso, è quella personificazione di moglie-amante cui l’artista sembra dedicarsi appieno. Tenace appassionata dichiarazione d’intenti sviluppata negli anni di un apprendistato centripeto. Gioia e delizia di un incontro fra maschile e femminile tradotto in carica erotica senza fine. Unità d’ispirazione animata da un corpo sempre identico e sempre diverso. Atto creativo in sé; roba da non credere in questi tempi di scontri e separazioni. Lo scandalo di resistere rinnovando una vita a due come fosse cosa unica e imperitura. Una materia che scotta Artista oltre l’ordinario, inventore di uno specifico spazio erotico in cui la più inconfessata verità umana possa riappropriarsi del furto che duemila anni di becero e bigotto fascismo clericale non sono stati sufficienti a soffocare sotto i finti vessilli del peccato. Da questi elementi trapela il messaggio politico di Matteo Bosi: l’individuo protagonista del proprio tempo, impegnato in una lotta senza quartiere per riprendersi il proprio Sé. Rivolta erotica e ri­vo­lu­zione sessuale. Sotto sotto la sua è materia che scotta.

Raffaele Ferrario Parigi, dicembre 2010

A man at the centre of the universe Before beginning our adventure in the metaphysical bowels of Bosi’s Universe, an introduction is essential: as for the title I have chosen, this is not meant in any way to be offensive to morality. Bosi is an artist devoted to make digitally real his own unique idea of the body. That’s where the comparison I’ve proposed in the title comes from: Matteo Bosi, born and bred in Cesena, is close to Leonardo da Vinci and up with his times as well since he has succeeded in dissembling the classical and classic volumes and proportions – which yet are the basis of his work – and in addressing to the consumer – that is to the viewer of his art – with a precise, although finely hidden, reality. Moreover, Bosi is an assiduous seeker after forms and an indefatigable experimenter, just like Leonardo da Vinci was. In this sense, he is a Renaissance man, and his figures are Renaissance figures. The man, thus, will always be the centre of his “work”. It’s clear now that I’m not intended to make any comparison of aesthetic nature here. The focus of my essay will in fact place the work of what I have – more than reasonably – defined a modern Leonardo at the height of a humanity who is trying to recover its inner erotic identity. Hence, this affinity with Leonardo da Vinci is desired, written and described by myself. I believe that Matteo – due to his temper, seriousness, kindness and discretion – would not even dare to make this arduous connection. The crisis of identity Five hundred years later, forms and techniques have certainly changed. Bosi’s exploration, in particular, feeds on digitally filtered photographs; on images painted on acrylic; and on frequent overexposure to cover the faces. Why? Because the contemporary world is going through an epoch-making fragmentation of identity. And precisely the latter is the ground where Matteo Bosi’s work and point-blank criticism are playing on. On the one hand, as in an old-flavour story, the heart of identity is therefore slightly – even if thoroughly – covered with a veiled reserve, which however allows who carefully tries to watch behind the mere appearance to re-discover it justifying its re-appropriation. On the other hand, instead, the artist has fun – even if with a palpable amount of pain – to show a continuous overlapping of clear intellectual barriers on naked deteriorating masses. In short, what Bosi does is showing his own thoughts and ideas on reality, avoiding to conceal with cold rationalized gestures what he can grasps of mystery. As a matter of fact, despite a measured and careful way of approaching to his work, in Bosi’s art there is something wild, primordial, and elusive; there is a kind of energy system kept together by subtle mutations. In this system, the body is just an unrestrained container of life and death. That’s why, I believe, what strikes Matteo – as if he still were that curious little schoolboy, engrossed in his daydreams, leaning on a misted window of those khaki leatherette mushy trains that used to bring him from home to school – is called transference. Transference and hands First of all, let’s give a definition of transference as that mechanism through which the individual tends to shift some of his or her emotional patterns to another person. This shift occurs in Matteo Bosi’s art. From his work, we can thus notice his personal mutations: either involutions or evolutions. But what’s the difference between Bosi and other artists then? Inside Matteo’s art there are two different simultaneous forces which he moves in a unique way. In particular, there is: a centrifugal force, which is developed outside till the background of the painting; and a centripetal force, which is much more inner and works inside towards the body. The consequence of this division is of course a gap, a tear of unprecedented violence, which is bearable just thanks to the use of a mask through which facing and, at the same time, sublimating our dark nature. Therefore, Bosi is not afraid of awareness: he looks for the guilt, the duality, the obsession, and the disease. He seems always sure, however, that the tool to exorcise the uncontrollable instinct of the beast inside of us is contained in the art or – more precisely – in the stirring of acrylics, of changeable clays, of pixels made of meat just like hands lusting for re-building the lost identity.
The magic act In his desire to talk about violence in a body that crumbles away without violence, Matteo Bosi performs a magic act. Miraculously enough, in the erotic dialogue that the artist translates into a symbol, there is no violence. There is no pleasure. There is no whim. There is no obscenity. There is instead, looming up on the background, the repetition and manipulation of something that could seem – just at first sight – sinful and morbid. Between the evident folds of the flesh covered with palpable objects extended all over the body, in fact, a libido proud to be on the scene finally finds its place and settles. Outside you can contaminate. The only salvation, Epicurean rose without thorns, is inside. Inside there is the Purity, and the opportunity to resurrect. Nostalgia and challenge As a logic consequence of what has been said so far, Bosi could reasonably be described as a nostalgic, namely, a man suffering from the Cartesian dualism which has plunged the West into a rhetoric of opposition and division. A fund of melancholy, for example, emerges clearly from his female nudes, which are amputated, enhanced, disfigured, buried and yet waiting for a new resurrection. It’s not a coincidence, then, that Matteo Bosi’s pictorial sensitively keeps far away any charge of pornography. If this charge were real, for sure his work would convey us: firstly, a sense of vulgarity that, conversely, does not exist; and then a visual slaughterhouse, unable to curb even the most unpredictable bloody drives. His touch, instead, has an inner force which he has fun sometimes to show and sometimes to cover up, with the sole intention of re-creating. Bosi’s challenge is all here: proposing an eroticism which is not prone to corruption. Ultimately, what he wants is: to get his hands dirty without staining his gloves, and to graft and mix up nature without concealing his deepest carnal fantasies. He won this challenge especially thanks to his sensitivity and consistency, to his technical merit and technological expertise. Last but not least, he had the ability to handle the Eros – I mean, that “intimate love” which, contrary to popular belief, does not have to be necessarily sexual in nature – and to leave who watches his work alone to produce up his or her “instinctual dynamite”. In brief, an artistic sensitivity such as Bosi’s – so contemporary and traditional at the same time, so filled with Gothic influences, with parallel worlds, and with references to the dark– never ends in the obvious or in an empty contradiction, and does not want to fool with a deadly sense of the body. Thanks to his unique images, on the contrary, his sensitivity finally manages to rise instilling an unconscious – but reassuring – confidence that everything, eventually, will change for the better. An erotic tale Are Bosi’s world and images so unique, then? At first glance, his “post-feudal fairy-tale” seems to have its roots simply in the visual arts imbued with poetry and cast in the modernity of our times. To a much closer look, however, his images do not lie: beyond every mask, the artist always puts the human at the centre, forcing him or her to become aware of their own transience. Every man, woman and animal, in his work, is clearly a finite being, hatching – under their skin – the drive towards the Infinity. Their Beauty is not just relative, but – as in Albert Einstein’s physics, where at large any absolute reference system would not even be possible – relativistic. I have already highlighted before how Matteo Bosi is certainly a son of his land, close to Leonardo da Vinci, and up with his times as well. Let’s point out, now, that there seems to be a nice ambiguity in this definition. What do I mean? That being a man of his times, Matteo cannot really look at the man with the absolutism typical of the Renaissance. What he actually does is: on one side, to reinterpret the man through the skin of an eroticism which can be finally lived and satisfied fully; and, on the other, to join those states of consciousness and those different approaches to reality that are usually present in a common Christian identity. So – in him and, of course, in his art – we find the Angel and the Demon, the Sacred and the Profane. Continuing with this parallelism, we could affirm that Bosi proposes “the nakedness of Jesus Christ”, after releasing it from any denominational superstructure. What we eventually get is a shocking representation: a rather androgynous feminine concealed within his paintings. We get, therefore, a real perceptual disorientation: the erotic becomes mystical and who is not initiated into these mysteries struggles to grasp them. Summary Finally, what has the artist Matteo Bosi realized so far? Here is a brief summary of it, just to pass in review a free little storyboard of his visionary art. In the images cut and pasted from his own story, there are: • blue eyes and red hands, women’s bodies and endless horns; • female minotaurs with their vaginas in the foreground and arboreal dizzying developments on the top of the tree trunk; • nudes crouching, and sinuous faces wrapped in cellophane; • huge hands that – drawing attention to their disproportion – capture the viewer, astonished to study the intimate prayer; • scars, cuts, tattoos and an unusual set of totems, always conveying a new and different essence; • lake, sea, and spring waters in movement, with their iridescent ripples, as if every single element of the nature would scream at the same time its deepest desires; • angels, fallen for over-protection or, perhaps, for a regret of solidarity; • and demons, concealed but ready to a mental ambush. And again there are: • symbols, signs, pendants, earrings, necklaces, devices, and identities crystallised in a progressive paralysis, whose movement should be re-invented; • lights – recalling the works of Caravaggio – that illuminate the subcutaneous spirit of persecuted souls; • black hair, white bones, lights and shades of great visual impact, and perfect breasts under hooded faces; • bodies completely concealed with parts of the figure discovered in the foreground; • mechanical appendixes that, as pieces of a medieval armour, shines in all their subversive charge; • extreme expansions of the form requiring muscles of vivacious colours and persuasive sympathy; • and modern torsos referring to the classics. There is therefore also: • a skilful use of the light drapery to cover part of women’s naked bodies, whose contrast celebrates their fullness, without never conveying any sense of obscenity; • a great knowledge of the Pre-Raphaelites; • and the Death, resting, so that – apparently – It could dream of still being alive. The Wife-Lover The leitmotif that repeats itself more – where, I believe, the artist draws his strength – is however the personification of the Wife-Lover, Simona, who Matteo has been portraying since they first met. This is the creative act in itself. We can perceive it in the strong and passionate declaration of intent developed over years of inwards apprenticeship; in the joy and delight of a meeting between the male and female translated into and endless erotic desire; and in the consistency of an inspiration animated by a body which is always the same and always different. Finally, this is also a rare gem in these times of conflict and separation. This is, in the end, a “scandalous” turnabout, where the “scandal” is in resisting and in renewing a fully life together, as if even nowadays it could still be something real or visible, unique or even everlasting! A matter that burns In conclusion, Matteo Bosi is an artist beyond the ordinary: in other words, he is the creator of a personal – yet easily recognizable by everyone – erotic space that two thousand years of boorish and bigoted clerical “dictatorship” were not able to entirely suppress under the official flags of sin. In this space, the most unacknowledged and secular human truths can finally regain their freedom. It follows that we might even read a “political message” from Bosi’s art: here, the individual is the undisputed protagonist of his or her own time and is engaged in a fierce struggle to recover oneself. All things considered, then, this is both an erotic and a sexual revolution or, to put it differently, this is a matter that burns underneath.

by Raffaele Ferrario Paris, December 2010