Arte / Non omnis moriar - liturgia in camera obscura


Non omnis moriar, liturgia in camera obscura

Era il 1980 quando uscì l’album closer dei Joy Division, che avrebbe fatto la storia della musica post-punk: era la primizia del genere dark e io, ragazzo in quegli anni, ricordo bene l’attrazione che suscitarono in me quelle sonorità così oscure e melanconiche. Sulla copertina dell’album ecco una scultura funeraria del cimitero di Staglieno: il senso del lutto, cifra costante nella storia di questo movimento musicale e culturale -da qui anche l’abitudine a vestirsi di nero-, permea, unito ad un’aura di mistero, la bianca pietra, colpendomi profondamente. Ricordo di aver visitato più di un cimitero da allora; fu naturale sviluppare anche un interesse molto vivo per l’arte simbolica e decadente dell’ottocento, sia poetica che figurativa. Certo, oggi la morte è un grande tabù, che pochi desiderano affrontare; io, per mio conto, non ho fatto altro che girare intorno a questo tema per lungo tempo. Penso ad esempio alla serie Ultra Homines (fine anni ’90) dove i corpi si fanno linguaggio di nascite e rinascite, fino alle più recenti collezioni (si vedano ad esempio Duality e Dream), dove essi paiono danzare dentro bianchi sudari. Certo, in tutte queste opere non domina la freddezza del sepolcro, il tragico gelo della fine: ho sempre cercato di conferire ai corpi una certa aura mistica e, per così dire, vitale.

La svolta è iniziata forse nel 2012, quando, in viaggio a Parigi, mi feci il programma di visitare i cimiteri della città, specialmente quelli monumentali: è incredibile l’atmosfera che regna in questi luoghi, e camminare in mezzo ai sepolcri suscitava nella mia anima richiami profondi. Ne venne fuori una collezione di scatti, e il desiderio di ripetere l’esperienza in altri cimiteri dell’Italia e dell’Europa. Penso anche a quando, alcuni anni fa, mi imbattei in un archivio di ritratti fotografici dei soldati della Grande Guerra, e pensai di farne una collezione di opere (ora nota con il nome Fanti di memoria, 2015): insomma, vi fu una certa convergenza di tutto il mio lavoro di artista verso il tema della morte affrontato nei suoi simboli e nei segni visibili del suo passaggio nella storia. Le cose, poi, sono venute fuori da se’: quando, anno scorso, ho iniziato a dipingere sulle fotografie, a creare i primi dittici della collezione qui presentata, è stato come cogliere finalmente il frutto di quella intuizione primordiale della mia giovinezza (alcuni lavori erano già apparsi nel catalogo Esercizi dello sguardo, arte contemporanea in Romagna, a curi di F. Bertoni, 2018). 

Non omnis moriar, liturgia in camera obscura. La liturgia è, per definizione, un’azione di culto corale, dove il singolo è come innestato in un dialogo più grande, di cui non è che un tassello: ecco allora che queste figure scultoree, che alzano le braccia in supplica, o stringono al petto un caro defunto, - questi sepolcri abbandonati, non solo ci riguardano, ma entrano insieme a noi in una cosmica e misteriosa liturgia di immagini; e cosa sono quelle oniriche figure femminili dai tratti sovrannaturali che compaiono nella collezione, se non vive presenze (Angeli?) dall’altro lato del “muro", in questo dialogo silenzioso? L’interazione con queste immagini, a partire dallo scatto fino all’intervento pittorico e alla doratura, per poi passare alla composizione di dittici e quadrerie, diviene un modo per partecipare al 
loro significato e, in qualche modo, alla loro funzione.

Ho sognato un Sogno! cosa può voler dire?
E che io ero una vergine Regina
custodita da un mite Angelo:
il male senza senso non è mai stato allontanato!
E io piangevo sia di notte che di giorno,
e lui asciugava le mie lacrime via,
e io piangevo sia di giorno che di notte,
e gli tenevo nascosta la gioia del mio cuore.
Così egli prese le sue ali e se ne andò;
allora la mattina si colorò di un rosso rosa;
asciugai le mie lacrime e armai i miei timori
di diecimila scudi e lance.
Presto il mio Angelo tornò indietro:
ero armata, venne invano,
perché il tempo della giovinezza era passato
e grigi capelli erano sulla mia testa.

William Blake, L’Angelo


Non omnis moriar, liturgy in the darkroom
It was 1980 when the album "closer" of the Joy Division, which made the history of post-punk music, came out: it was the first of the "dark" genre and I, a teen in those years, remember well the attraction that I felt listening to those melancholic sounds. On the cover of the album there is a funeral sculpture of the cemetery of Staglieno: the sense of mourning, constant in the history of this musical and cultural movement, permeates, combined with an aura of mystery, the white stone, hitting me deeply. I remember visiting more than one cemetery ever since; also a natural interest for the symbolic and decadent art of the nineteenth century, both poetic and figurative, grew in me. Unfortunately, today death is a big taboo, which few people are willing to deal with; As far as I am concerned, I have done nothing but turn around this theme for a long time. I am thinking, for example, of the series "Ultra Homines" (late 90s) where bodies become the language of births and rebirths; or "Duality" and "Dream", where they seem to dance in white shrouds. Of course, in all these works the coldness of the tomb does not dominate: I have always tried to give the bodies a certain mystical aura and, so to speak, vital.

The breakthrough began in 2012, when, traveling to Paris, I started to visit the cemeteries of the city: it is incredible the atmosphere that reigns in these places, and walking among the tombs generated deep calls in my soul. The result was a collection of photos, and the desire to repeat the experience in other cemeteries of Italy and Europe. I also think about when, a few years ago, I came across an archive of portraits of the soldiers from the Great War, and I worked to create a collection of artworks from them (now known as "Fanti di memoria", 2015): in short, there has been a certain convergence of all my works as an artist towards the theme of death, seen in its symbols and the visible signs of its passage through history. Things, then, came out of themselves: when, last year, I started to paint on photographs I realised that the fruit of my first intuition was finally ready to be taken (some of these works, that are collected in this catalogue, appeared recently in ‘Esercizi dello sguardo, arte contemporanea in Romagna’, F.Bertoni, 2018).

"Non omnis moriar, liturgy in the darkroom". The liturgy is, by definition, a coral act, where the individual is just a piece of a larger dialogue: in an analogous way, these sculptural figures, who raise their arms in supplication, or clasp to the chest a dear departed one, these abandoned sepulchres, not only concern us, but enter together into a cosmic and mysterious liturgy of images; and what are those dreamlike female figures with supernatural features that appear in the collection, but angels who listen and speak from the other side of the wall? The interaction with these images, starting from the pictorial intervention, the composition of diptychs and quadrilles, becomes a way to participate in their meaning and, in some way, in their function.

I dreamt a dream! What can it mean?
And that I was a maiden Queen Guarded by an Angel mild: Witless woe was ne’er beguiled! And I wept both night and day, And he wiped my tears away;
And I wept both day and night, And hid from him my heart’s delight. So he took his wings, and fled;
Then the morn blushed rosy red. I dried my tears, and armed my fears With ten thousand shields and spears. Soon my Angel came again;
I was armed, he came in vain;
For the time of youth was fled, And grey hairs were on my head.

William Blake, The Angel