Arte / Liturgy Of Being (Napoli, Barcellona, Genova, Pisa)


Liturgy Of Being, passeggiate fotografiche.

Sta parlando di loro Ho domandato a Matteo Bosi il perché, tra i tanti suoi soggetti di ricerca, anche il fermare su pellicola i monumenti funebri e i cimiteri storici, quei “musei a cielo aperto”, quei “giardini delle ombre”, e lui mi ha risposto con estremo candore, come poi è nel suo stile, che le necropoli sono spazi densi di materiali interessantissimi, di vario ordine e grado, sia a livello formale che concettuale, così che, nel corso degli anni, le ha metodicamente esplorate e ripetutamente fotografate, riscontrando che ognuna di esse ha un suo particolare allure che le rende uniche. Del resto il suo interesse per i cimiteri risale a quando era bambino; prima, ovviamente, in accezione misterica e quel tanto “gotica”, quindi, col passare degli anni, aumentato il sentire estetico, con una valenza sempre più fascinosa e coinvolgente, ciò dovuto alle statue consumate dal tempo, alle lapidi, alle tante piccole e grandi storie che si trovano fra quelle mura, ai molti artisti di rilievo che si sono prestati a quello stile specificatamente celebrativo, e, naturalmente, al rispetto, sacrale, nei confronti della memoria e al continuo domandarsi se esiste un dopo la morte. Infatti mai li ha considerati spettrali, ossessionanti o intimidatori, al contrario li ha percepiti quali realtà infine tranquille e rilassanti, non come, di solito, sono state rappresentate o, ancora, vengono descritte in certa letteratura o in certi film. Anche la tecnica usata per fotografare quei luoghi rispecchia, sempre, l’anima di Bosi e la sua originalità quale artista, infatti la scelta di giocare sui contrasti forti e di rieditare le luci e le ombre è una caratteristica distintiva dei suoi scatti. A lui interessa il come la solennità e la forza statica degli edifici e delle sculture, nonché la teatralizzazione, con la quale sono stati spesso volutamente realizzati, entrino in dialogo con l’atmosfera surreale dell’immagine che poi ne deriverà. Infatti la sua non è mai documentazione, ma sempre un qualcosa di espressivo, emotivo, rappresentativamente eloquente. Infatti, dal punto di vista tecnico, e ancora insisto su questa componente, ogni fotografia gli richiede un lavoro scrupoloso, a partire dalla sua realizzazione fino alla lunga e minuziosa post-produzione. Sempre parlando con Bosi molto mi ha colpito quando mi ha detto che l’ingresso in un cimitero, come il convertirsi a una religione, risulti, per lui, una sorta di culmine di un viaggio intellettuale. Inoltre che mai si è vergognato di ammettere che più della morte era ed è l’oblio che lo ha spaventato e lo spaventa, cioè la dimenticanza del suo essere e di ciò che lui ha fatto in vita; quel processo di cancellazione graduale di ciò che si è stati, come una candela che, via via, si consuma, fino al moccolo, poi la tenebra più profonda … il nulla, il vuoto.  Quindi, nella nostra tradizione, il cimitero assume, per certi individui, un altissimo significato di ultima paternità o maternità, cioè di luogo in cui i resti della creatività umana, geniale o semplice che sia, dimorano, testimoniandosi (si confida) in eterno, e là, il visitatore attento (ancor meglio se non un familiare di chi defunto), quei resti va a riscoprire, donando, loro, una scintilla di nuova vita. Questo è un ringraziare coloro che sono venuti primi di te, un sentirsi loro risultanza, nonché un renderli partecipi del tuo tempo, dei tuoi atti, delle tue scelte, del tuo divenire e, per chiudere la parentesi, del sapere che, alla fine del percorso, ci si ritroverà ancora uniti, legati da un destino comune, ma, soprattutto, da uno spazio che risulta, seppure altamente terrestre come locazione, universale quale significato. Ulteriormente perché i cimiteri? Perché essi raccontano la storia di città e Nazioni e indicano quali le radici più profonde su cui una comunità si è retta e ha progredito, come poi il “culto per i morti e per la morte” può rivelare. Infatti anche un esame delle lapidi può fornire indizi su abitudini, gusti e norme di un dato popolo in questa o quella era, come il leggere le iscrizioni, su di esse riportate, può fornire scorci toccanti della vita dei vari individui che formavano detta collettività, il come sono vissuti e il come, post mortem, sono stati pensati dagli altri. Inoltre, ammettiamolo, quando non si è molto soddisfatti della società in cui si vive, spesso ci si rifugia in ciò che è stato. I cimiteri, più della nostra singola memoria, sono la somma dei ricordi di coloro che hanno vissuto questo pianeta prima di noi, cioè dei ricordi “morti” che, appunto, ci piace fare rinascere.  Il passato, che spesso consegna scorie che rendono il quotidiano a volte insopportabile, viene ad assumere, in quei luoghi sacri, una mirabile e rassicurante patina. Il gusto romantico per ciò che è stato risulta, ovviamente, illusorio, ma ci riempie (e in questo mi unisco a Bosi) di una esigenza regressiva, creando una sorta di quiete, confortevole e protettiva. Bertrand Beyern ha scritto nei suoi “Mémoires d’entre-tombs” questa frase che trovo ammirevole e oltremodo pertinente: “Affrontando il marmo e il granito che nascondono i loro resti, non cerco alcun dialogo o pongo la minima domanda. Sto parlando a me stesso, ma sto parlando di loro”. Quindi il massimo vantaggio del visitare i cimiteri risulta l’affrontare molte componenti che compongono, antropologicamente, la cultura, cioè il sapere, di noi umani, sia quelle che già conosciamo, ma anche altre, spesso, per noi, ancora ignote. Perciò ecco il perché di queste immersioni di Matteo Bosi nel mondo “di chi fu”. Ecco la Certosa di Bologna che si rivelò, in epoca ottocentesca, culla della scultura del tempo e riflesso della pittura allora di moda nella società emiliano-bolognese, con tanto di nomi degli artisti che in essa vi lavorarono: Giovanni Putti, Luigi Acquisti, Giovanni Calegari, Giacomo De Maria. Ecco il Monumentale di Milano, progettato, all’indomani dell’Unità d’Italia, da Carlo Maciachini, poliedrico architetto che volle qui creare un nuovo stile “nazionale”, attingendo alla tradizione gotica lombarda, ed ecco alcuni nomi degli artisti che in esso hanno lasciato traccia: Vincenzo Vela, Odoardo Tabacchi, Francesco Barzaghi, Ernesto Bazzarro, quindi i sommi Medardo Rosso, Adolfo Wildt, Arturo Martini e Francesco Messina. Ecco il Monumentale di Staglieno, progettato dall’architetto Carlo Barabino, con opere di Santo Varni, Lorenzo Orengo, Eugenio Baroni, Augusto Rivalta, Edoardo Alfieri, Giulio Monteverde ed altri non meno importanti. Poi il cimitero Monumentale Porte Sante di Firenze, quello di Amburgo, immerso in un vastissimo bosco, il Montjuïc di Barcellona, quelli di Montmartre, di Montparnasse nonché il Père-Lachaise di Parigi, e i cimiteri degli eroi di Aquileia e Aurisina, quindi il suggestivo Cimitero delle Fontanelle di Napoli e il Monumentale di Ferrara, dalle visite dei quali, e dal fotografarne i segreti, Bosi ha poi preso spunto al fine di realizzare altre sue opere in cui il simbolico, il sacro e l’etnico trovano, con mio sommo piacere, salda congiunzione.

Gian Ruggero Manzoni


"As a conclusion of a long travel across the most important italian and european cemetries and after the successive work of construction of a narrative related to the mistery and the tabù of death, I produced a series of artworks called "Litanie, in camera oscura". The triptych "the three urns", shown in the present catalogue, is part of this collection. The underlying iconography of the whole series aims at express not only the caducity of life, but also the very deep connection between the sacred and profane as it is particularly revealed in the cemetries I visited. Finally, a mistic flavour permeate most of the artworks. The intimate dialogue that arose during my travel in the middle of those ancient stories, sensations, emotions made this experience unique for me. My crepuscolar nature freed beneath my sight the matter, and then I started creating."

(Napoli, Barcellona e Genova)