Arte / Polaroid (2017|2018)


Oltre all’altro Conosco Matteo Bosi dal 1980. Abbiamo frequentato la stessa scuola, l’Istituto d’Arte per la Ceramica G.B. Ballardini di Faenza, ma in sezioni diverse. Né a me né a lui è mai importato molto della ceramica, ma tant’è. Là ci siamo conosciuti e là abbiamo terminato gli studi superiori. Prendevamo lo stesso treno, andata e ritorno, lui da Cesena, io da Forlì. In treno leggevamo molto. Fumetti. E di ottima qualità. La prima volta che gli parlai mi colpì particolarmente una sua compagna di classe. Roberta. Una ragazza che mi iniziò alle gioie dell’amore. Di Matteo, invece, si innamorò perdutamente una mia compagna di classe, ma lui non lo seppe mai. E forse mai lo saprà. Ancora oggi mi chiedo cosa ci trovasse in lui. Come si poteva innamorare di uno, dico uno, che girava con un grigio cappottino spinato e che fino a quel momento non aveva ascoltato altro che i Beatles? Avesse che so, inforcato un paio di Wrangler, dato una sistemata ai capelli ribelli, l’avesse piantata di emettere versi e grugniti, forse… Eppure portava con sé un’aria inquietante, luciferina: un’eterea aura alla Orson Wells. Decisamente più magro, però. Proiettati in pieno dentro gli anni Ottanta pasciuti di Eternauta, Pilot, Corto Maltese, Frigidaire,Totem, tra una stazione e l’altra ci nutrivamo insieme di sogni, storie e fantasie. Matteo, lo avevo scoperto, aveva un grande talento per la grafica, per il disegno e per raccontare storie. Tutte qualità che al “Ballardini” servivano relativamente poco. Io sostenevo di essere molto più bravo di lui a disegnare, ma dentro di me sapevo di mentire. Lui invece sapeva sciogliere come nessun altro multicolori chine ed ecoline iniettandole tra i veloci e sicuri segni del Rotring 0,2. Era capace di far vibrare improbabili astronauti, sedicenti supereroi, aspiranti modelli, paesaggi postmoderni. Abilissimo a dosare i neri e gli scuri, le trame di grigio le sfumature secche, gli spigoli di manichini e volti cubo-futuristi, disegnava fantastiche architetture in stile Sant’Elia. Lo invidiavo. Mentre a scuola si dibatteva se fossero più trend i Duran Duran o gli Spandau Ballet, noi ascoltavamo i Bauhaus e i Cure, i Talking Heads e i Clash, i Joy Division e i Cabaret Voltaire, gli U2 e gli Ultravox. Cavalcavamo la New Wave-dark-Rock in groppa al locale Rimini-Bologna old-style. Disprezzavamo le discoteche di periferia, tipo Bull Bull, Baccara, Le cupole o il Linus preferendo di gran lunga l’Aleph, il Vidia, l’Insomnia. Cominciammo a vestirci di nero. In comune, oltre al succitato sentimento, avevamo una passione narrativa la cui consapevolezza ancora ci mancava. I sogni, i progetti, i trailer di quello che saremmo diventati si stavano montando lì. Al mitico “Ballardini”, tra i panini di Marcello, in stazione, in treno. Le strade che avremmo percorso, se non altro, erano già ferrate. Al Vidia, dopo uno scatenatissimo ballo sulle note di Should i stay - Should i go,. persi di vista Matteo. Era l’autunno del 1985. Poi di lui non seppi più nulla né, in vero, mi interessai. Soltanto qualche anno fa le nostre avventure si incrociarono. Lui non sapeva del mio mestiere di poliziotto né che scrivessi romanzi e racconti “gialli”. Io invece avevo capito che lui stava facendo quello che avrebbe sempre voluto fare: l’artista. Di nuovo lo invidiavo. Lo neoinvidiavo. Capitò che restai impressionato per una serie di foto che corredavano, copertina compresa, alcuni numeri di una storica rivista di letteratura poliziesca, “Delitti di Carta”. Dissi tra me: ma va’ Matteo Bosi? L’anno scorso, non ricordo nemmeno come, ci contattammo e, sempre per caso, mettendo a posto certe mie vecchie cose, trovai una cartellina con dentro i suoi vecchi disegni. Lo cercai nell’etere. Stupefatto dalle stupefacenti immagini che avevo trovato nel WEB (e poi dal vero), decisi che i suoi lavori mi piacevano parecchio a dispetto della mia antica invidia. Ho ritrovato quella sua cortina di inquietudine nei corpi profanati da mani perquisenti, da sangue coagulante, da cuori palpitanti, da paesaggi invadenti, da pretestuosi preservativi, da protuberanze prepotenti, da letture letterarie. Ho riscoperto il suo gusto pittorico e veloce, il segno duro e incisivo fra quei neri pregni di buio. Ho apprezzato gli strappi violenti alle figure implodenti. Ho guardato le nebbie stemperate, le trasparenze e le trasposizioni. Ho gustato i corpi belli, eccitanti e possenti. Ho accarezzato i loro morbidi spigoli spalmati su contesti surreali. E poi altri corpi trafitti da luci, segni, lettere e ideogrammi quasi balenassero dai fotogrammi di Peter Greenway. E ancora corpi macilenti crocifissi su croci graffiate e insanguinate. Acque irrequiete e maldestre che malcelano sedicenti esseri immaginari. E qui, nell’immaginario di Matteo c’è un mondo oltre all’altro. Nella nostra immaginazione, invece, si forma un nuovo cosmo. Un universo dove il supporto elettronico/digitale è soltanto il pretesto, la griglia, per assemblare, in un collage-decollage virtuale, una sospirata storia d’amore. Un amore - emozionante - per l’essere e il fare, per il sentire e il raccontare. Ma anche una piccola storia d’amicizia. La nostra. 
 
Maurizio Matrone (2004)